Storie di uomini e di fiumi

«Lungo le rive del Fiume Azzurro, cercando la Cina di ieri e di oggi». Il libro di Stefano Cammelli è un concentrato di storie e di Storia, dalle sorgenti dello Yangtze al suo estuario nel Mar Cinese Orientale. Un fiume come metafora del «sistema Cina». Una lettura necessaria per uscire dai cliché sulla civiltà cinese e la storia recente del Paese. Ne pubblichiamo qui un estratto per gentile concessione dell'autore.




Rotto l’assedio nel soviet del Jiangxi l’Armata Rossa puntò prima verso Occidente, poi verso Mezzogiorno e infine decise di puntare al nord, costeggiando i confini del Tibet e tenendosi così lontana dall’esercito di Chiang Kai-shek che la inseguiva. Poche vicende umane sono così luminose come quelle della Lunga Marcia e si può forse anche accettare che la leggenda si sia impadronita di questo immenso eroismo e abbia riscritto i fatti o li abbia piegati a una dimensione epica che è ormai molto distante dagli eventi di quelle giornate e pare, piuttosto, la sua rilettura cinematografica. Questi altopiani di Ruoergai – distretto di Aba, Sichuan – sembrano fertili e accoglienti, sono ottimi pascoli estivi. Ma nella stagione delle piogge – che qui può durare anche otto o nove mesi – si convertono in paludi pericolose nascoste da un manto d’erba tanto verde quanto infido.

Le Terre d’Erba sono una vasta distesa di terra acquitrinosa ricoperta d’erba, senza traccia di sentiero, che si estende per centinaia di miglia lungo le regioni del confine sinotibetano. Un giorno dopo l’altro l’Armata Rossa si trovava di fronte a un mare di erba selvatica che si stendeva a perdita d’occhio. Enormi ciuffi d’erba crescevano su quella sottostante che marciva sul terreno nero e paludoso. Non un albero, né un arbusto, né una pietra; nessun uccello vi si avventurava, non si udiva il ronzio di un insetto. Neppure una pietra. Non c’era nulla di vivo, nulla, se non l’infinita distesa di erba selvatica, battuta dalle piogge torrenziali in estate e percorsa in inverno dal vento gelido e dalla tormenta. Nuvole pesanti e scure si addensavano eternamente nel cielo, trasformando la terra in un mondo tetro e desolato.

Secondo quanto dichiarò Mao ad Agnes Smedley non c’erano alternative: tornare indietro avrebbe significato la fine della Rivoluzione, voltare a est per raggiungere le valli dello Shaanxi e del Gansu era esattamente quello che i nazionalisti volevano. I loro eserciti attendevano al varco, sicuri che sarebbero riusciti ad annientare l’Armata Rossa. Non restava che affrontare le paludi d’altura confidando nella sorte ma senza avere alcuna precisa idea del costo in termini di vite umane di una simile scelta. Aprì la strada Lin Biao con gli uomini della Prima Armata: i soldati portarono con sé dei pannelli di bambù per costruire eventuali rifugi di fortuna.

L’attraversamento delle paludi a ovest di Songpan si rivelò una di quelle tragedie senza fine che sconfinano nel biblico. Decisione obbligata, presa in condizioni estreme, senza poter contare sull’appoggio della popolazione locale e sulla conoscenza del campo, l’attraversamento delle paludi costò all’Armata Rossa più di tutte le battaglie sostenute fino a quel momento. L’epica della Lunga Marcia ha reso difficile quantificare le perdite in termini di vite umane. È noto solo che alla partenza dalla base rossa del Jiangxi l’Armata Rossa contava circa 86.0002 uomini e che alla fine della marcia solo in 7.000 raggiunsero la base rossa dello Shaanxi. Ma anche queste cifre devono essere prese con molta prudenza. Comunque si voglia valutare questi dati la memorialistica della Lunga Marcia identifica in modo omogeneo nell’attraversamento delle paludi di Songpan il momento più inatteso e drammatico di tutta la marcia.

L’attraversamento iniziò seguendo alcune guide che reputavano di conoscere la zona delle paludi. La Prima Armata ebbe il compito di aprire un varco in modo che il grosso della truppa potesse seguire senza eccessivi rischi. A settembre, sull’altopiano, la temperatura era ormai fresca e di notte scendeva sotto lo zero. Gli uomini non avevano nulla per coprirsi: solo un vestito estivo e un ricambio, adatto al clima del sud. L’incapacità di stabilire un contatto con la popolazione e l’evidente ostilità di alcune tribù fece sì che i poveri villaggi tibetani venissero trovati vuoti o abbandonati. Nessuno portò cibo ai soldati della Lunga Marcia né c’erano luoghi dove andarlo a confiscare. L’immensa distesa d’acqua e di gelo, puzzolente di putrido per le erbe che vi crescevano e marcivano, si trasformò ben presto in una tenebrosa tomba.
Chi si allontanava dal percorso anche di un solo passo correva il rischio di essere inghiottito dalle sabbie, di affondare nella melma. Fuori dall’acqua ognuno degli uomini aveva il volto deformato per le punture di insetti. In alcuni passaggi, troppo stretti, il sentiero era così poco sicuro che gli uomini impararono a dormire in piedi, appoggiandosi con la schiena gli uni agli altri. Furono in molti a scivolare nel sonno oltre quel fragile sostegno e a morire soffocati o congelati nel fango. Al mattino, la colonna che si rimetteva in moto trovava davanti a sé la traccia degli inghiottiti dalla palude che a volte spuntavano da terra con un solo braccio, tenuto in alto con un fucile perché i compagni lo prendessero e l’arma non andasse perduta.

Una natura eccezionalmente inospitale si accanì contro quell’eroico esercito. Trovata una radice che sembrava croccante e saporita gli uomini si abituarono a cercarla con le mani in mezzo al fango e a mangiarla. Era velenosa: molti di quelli che non riuscirono a vomitarla in tempo morirono in modo terribile. Alla fine raggiunsero la terra ferma. Nei villaggi che trovarono davanti a sé, spopolati e inospitali mentre la popolazione attendeva nei monti, saccheggiarono tutto quello che riuscirono a trovare e infine si sfamarono con i topi e con il burro lasciato come offerta votiva sugli altari dei monasteri e dei templi, abbandonati anch’essi.

Partirono in 86.000, ne arrivarono poco più di 5/6.000. Em anche se l’epica della Lunga Marcia non accetta dettagli troppo precisi su quello che avvenne in quelle giornate se ne conosce abbastanza per non dubitare che gli scontri con la popolazione siano stati incessanti, la requisizione forzata del bestiame non occasionale, sicché gli storici di quella impresa hanno avanzato anche l’idea che nell’ostilità tibetana verso i cinesi una parte l’abbia avuta anche il comportamento dei soldati durante l’attraversamento dei pascoli del Tibet esterno.

*Stefano Cammelli, storico della Cina, dirige «Viaggi di cultura», un'organizzazione di turismo culturale specializzata in viaggi in Oriente. Con il Mulino ha pubblicato «Storia di Pechino e di come divenne capitale della Cina» (2004) e «Il minareto di Gesù. Dodici storie dal Vicino Oriente» (2005), con Einaudi «Ombre cinesi. Indagine su una cultura che volle farsi nazione» (2006).

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