In Cina e Asia - Usa: sì al dialogo con Pyongyang ma su basi "nuove"

I titoli della rassegna di oggi:

-Usa: sì al dialogo con Pyongyang ma su basi "nuove" 
-Unione europea e Cina unite per superare le incertezze internazionali
-Pechino rinomina territori contesi con Delhi
-Aumentano le violenze nei casi di demolizioni forzate
-Indonesia: il governatore blasfemo rischia 2 anni di carcere
-Troppi single giapponesi, il welfare è in affanno
-Tokyo dice si al “Mein Kampf” sui banchi di scuola





Usa: si al dialogo con Pyongyang ma su basi "nuove" 

"Stiamo esaminando tutto lo stato della Corea del Nord, sia in termini di sponsorizzazione statale del terrorismo, sia per quanto riguarda gli altri modi in cui possiamo fare pressione sul regime di Pyongyang per ripristinare i contatti, ma su basi diverse rispetto ai colloqui tenuti in passato". E' quanto dichiarato ieri dal segretario di Stato americano Rex Tillerson alla stampa, mentre imperversano critiche sulla gestione delle informazioni riguardanti la portaerei Carl Vinson, che sarebbe dovuta arrivare nel weekend nei pressi della penisola coreana e ha invece deviato verso sud per esercitazioni congiunte con l'Australia. Una "fake news" (copyright Global Times) con cui - secondo molti- Trump avrebbe cercato di scongiurare un imminente sesto test atomico di Pyongyang. Nel frattempo, si allarga la crepa che separa Washington e Pechino da Mosca. La Russia ha infatti bloccato la dichiarazione di condanna del Consiglio di sicurezza Onu contro l'ultimo fallimentare lancio missilistico nordcoreano, che la Cina aveva invece avvallato. Motivo? L'omissione di un chiaro riferimento alla predilezione di una soluzione pacifica "attraverso il dialogo". Appena pochi giorni fa Mosca e Pechino si erano trovate insolitamente discordi sul versante siriano, quando Mosca ha esercitato il proprio potere di veto bocciando una risoluzione in risposta all'attacco chimico su Khan Shaykhun.

Unione europea e Cina unite per superare le incertezze internazionali

In quanto grandi potenze mondiali, la Cina e l'UE devono rispondere alle sfide globali, riformare e migliorare il sistema di governance internazionale, [e] promuovere un segnale positivo nella globalizzazione economica e in un commercio libero ed equo". E' quanto dichiarato dal premier cinese Li Keqiang a Federica Mogherini, a Pechino per il dialogo strategico Cina-Ue. L'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue avrebbe a sua volta confermato l'urgenza, per entrambe le parti, di salvaguardare l'ordine internazionale, combattere il terrorismo e i cambiamenti climatici. Siria, Afghanistan e Corea del Nord hanno trovato spazio durante il summit presieduto mercoledì da Mogherini e Yang Jiechi, alto funzionario del Consiglio di Stato. L'arrivo di Trump alla Casa Bianca ha avvicinato ancora di più il gigante asiatico - nuovo paladino della globalizzazione - e il Vecchio Continente, preoccupati per il protezionismo e il disimpegno dai trattati internazionali previsti dall'"America First". L'implementazione di una leadership congiunta Pechino-Bruxelles risulta tuttavia minata da una serie di questioni irrisolte, a partire dal riconoscimento del mes alla Cina e dalle difficoltà incontrate dalle aziende straniere ad accedere al mercato cinese.

Nel suo nuovo ruolo di catalizzatore dei commerci globali, il mese prossimo Pechino ospiterà un evento dedicato al progetto della nuova via della seta, a cui - secondo il ministero degli Esteri - presenzieranno 28 leader internazionali, tra cui Putin e il presidente filippino Rodrigo Duterte. Ma che pare verrà snobbato dai vertici occidentali, con Paolo Gentiloni, unico leader del G7 ad aver accettato l'invito.

Pechino rinomina territori contesi con Delhi
Il governo cinese ha standardizzato in cinese, tibetano e alfabeto latino la denominazione di sei posti dello stato indiano dell'Arunachal Pradesh, che Pechino rivendica con il nome di Tibet meridionale. La mossa, che arriva a pochi giorni dalla controversa visita del Dalai Lama nella regione, è finalizzata a riaffermare "le rivendicazioni territoriali della Cina sul Tibet meridionale grazie al supporto di evidenti testimonianze storiche, culturali e a livello amministrativo", ha chiarito mercoledì il portavoce del ministero degli Esteri, preannunciando nuovi nomi in futuro. Mentre schermagli incrociate lungo la linea di demarcazione non sono insolite, ultimamente voci di un rinnovato attivismo indiano nelle aree di confine - che Delhi vuole potenziare migliorandone le infrastrutture ad uso militare - mettono in luce la crescente tensione tra i due giganti asiatici. Oltre al Dalia Lama, a creare tensione è l'operosità cinese in alcune regione oggetto del contendere tra Pakistan e India, dove Pechino è intento a resuscitare l'antica via della seta. 

Aumentano le violenze nei casi di demolizioni forzate
Secondo il rapporto annuale realizzato congiuntamente dal China Urban and Rural Management and Property Law Research Centre e dallo studio legale Beijing Cailiang, lo scorso anno è stato caratterizzato da un aumento delle risoluzioni violente di casi riguardanti le espropriazioni forzate. Due gli episodi più eclatanti: l'esecuzione di Jia Jinglong, residente nello Hebei, condannato a morte per aver ucciso con uno sparachiodi il capo villaggio colpevole di aver ordinato la demolizione della sua casa alla vigilia del proprio matrimonio, e l'omicidio di un altro capo villaggio dello Shaanxi e di due parenti in riferimento alla requisizione forzata di un terreno. Secondo lo studio, nel solo 2015 sono stati almeno i 100 casi violenti ad aver ottenuto visibilità sui social media. Come spiega Wang Cailiang, tra gli autori del rapporto, le difficoltà incontrate nell'ottenimento dei documenti necessari ad avviare una demolizione nel pieno rispetto della legge induce spesso i governo locali a delegare l'incarico ai comitati di villaggio, scoprendo il fianco al verificarsi di episodi di abuso di potere da parte dei quadri. Tra gennaio e agosto 2016, i tribunali cinesi si sono trovati a gestire 156mila casi amministrativi riguardati demolizioni ai limiti della legalità, chiaro segno di come i cittadini della Repubblica popolare siano sempre più consapevoli dei propri diritti.

Indonesia: il governatore blasfemo rischia 2 anni di carcere
I procuratori indonesiano hanno chiesto 2 anni di reclusione per il governatore di Jakarta Basuki Tjahaja Purnama, processato per blasfemia. Il massimo della pena per blasfemia è di cinque anni. In cerca di un nuovo mandato, Purnama, di etnia cinese e fede cristiana, è stato battuto proprio ieri dall'avversario Anies Baswedan dopo un'accesa campagna elettorale scandita da proteste islamiche. La vittoria di Baswedan, musulmano doc ed ex ministro dell'educazione e della cultura, rischia di rivelarsi una brutta gatta da pelare per il presidente self-made Joko Widodo, che oltre a dover far fronte alla diffusione di un Islam radicale nel paese musulmano più popoloso al mondo, adesso dovrà anche fare i conti con il ritorno della vecchia elite politica. Il patron di Baswedan, Prabowo Subianto e niente meno che un ex generale nonché genero del dittatore Suharto, bandito dagli Usa con l'accusa di gravi violazioni dei diritti umani.

Troppi single giapponesi, il welfare è in affanno

Secondo un rapporto del Statistical Research and Training Institute, 4,5 milioni di giapponesi tra i 35 e i 54 anni vivono ancora a ricasco dei genitori, e in mancanza di una pensione e di propri risparmi, si vanno ad aggiungere ai molti problemi cui deve far fronte Tokyo, tra cui rapido invecchiamento della popolazione ed erosione della forza lavoro. Stando al recente rapporto, tra i cinquantenni, un uomo su quattro e una donna su sette risulta non sposato. Emerso una ventina di anni fa, il fenomeno dei "single parassiti" - collegato all'aumento del precariato - ha raggiunto un nuovo apice nel 2015 e ora rischia di ripercuotersi sui consumi interni - trainati dai nuclei famigliari - e sull'efficienza del welfare statale.

Tokyo dice si al “Mein Kampf” sui banchi di scuola
ll fascismo e il militarismo "devono essere accuratamente responsabilizzati e sradicati", mentre il Giappone deve educare i propri giovani a maturare "una visione corretta della storia". E' quanto auspicato dal ministero degli Esteri cinese a pochi giorni dall'approvazione da parte del Gabinetto giapponese dell'utilizzo di passi scelti del “Mein Kampf” nel materiale scolastico. In una mossa altrettanto controversa, all'inizio del mese Tokyo aveva deciso di tollerare nelle classi lo studio del Rescritto imperiale sull’educazione. Un testo di epoca Meji contenente i principi che avrebbero guidato la politica educativa del paese, intriso di valori nazionalisti. Il documento, bandito dagli americani all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, è recentemente balzato agli onori delle cronache in seguito alla circolazione di un video ritraente bambini tra i 3 e i 5 anni intenti a recitarne il testo. Si tratta di segnali che preoccupano i vicini asiatici, in particolare la Cina, che ha ancora vivo il ricordo degli orrori dell'occupazione nipponica e teme una svolta militarista nel Mar cinese orientale, dove Pechino e Tokyo sono ai ferri corti sulla sovranità di alcune isole.

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