Cina-Corea, piccoli boicottaggi anti Thaad

Cinque anni fa, durante le manifestazioni antigiapponesi per la questione delle isole contese Diaoyu (per i cinesi) o Senkaku (per i giapponesi), i titolari di sushi bar e i possessori di Toyota mettevano il cartello “sono cinese” sulla porta o sul cruscotto. Questa volta, l’oggetto del contendere è il sistema missilistico Thaad, che la Corea del Sud sta cominciando a installare in collaborazione con gli Stati Uniti.




Quando al 35º del primo tempo l’attaccante del Beijing Guo’an Yu Dabao ha fatto gol di testa su calcio d’angolo, lo stadio di Changsha si è trasformato in un vulcano ribollente di lava rossa, i colori della nazionale cinese guidata da Marcello Lippi. Era il 23 marzo 2017, la Cina aveva battuto la Corea del Sud 1 a 0, mantenendo vive le speranze di qualificarsi ai Mondiali russi del 2018.

Speranze che si sono polverizzate puntualmente una settimana dopo quando i Draghi hanno perso contro l’Iran, capolista nel girone A del gruppo di qualificazione asiatico. Ma della scarsissima nazionale cinese – 81ª nel ranking Fifa – ci interessa poco: il dato notevole è che a Changsha c’erano diecimila poliziotti per 37mila spettatori – di cui cento coreani in trasferta – una dimostrazione di forza simile a quelle che, dall’altra parte della Cina, riaffermano il pugno di ferro di Pechino sul problematico Xinjiang.

Pechino. Xiang’er hutong. Lui è un amico, il suo ristorante si chiama Saveurs de Coree, alla francese, ma Chow Kingtai è cinesissimo, di etnia han, anche se cantonese, come il suo nome lascia intendere: il cognome Chow è l’equivalente del mandarino Zhou. Ha una moglie, lei sì coreana, e tre bambine. “Da quando c’è questa storia, non viene più nessuno”, mi dice sconsolato, mostrando il ristorante semivuoto, “non so cosa fare. Fino al capodanno lunare eravamo sempre pieni, adesso i pochi che mettono il naso dentro si assicurano prima che il titolare sia cinese”.

Continua su Internazionale

Commenti