In Cina e Asia - Trump ci ripensa: «la Cina non manipola lo yuan»

Le notizie di oggi:
- Trump ci ripensa: la Cina non bara sulla propria moneta
- Nuove sanzioni Usa contro Corea del Nord: coinvolte anche banche cinesi
- Wang Yi: "Correggere storture storiche per favorire stato palestinese"
- Duterte fa un passo indietro sull'isola contesa
- Thailandia, divieto di interazione online per tre critici della giunta militare 




Trump ci ripensa: la Cina non bara sulla propria moneta

Era stato un po’ il Leitmotiv della campagna elettorale dell’attuale presidente degli Stati Uniti. La Cina bara sui mercati manipolando al ribasso la propria moneta nazionale per avvantaggiarsi sui concorrenti e arricchirsi alle spalle degli Stati Uniti. Neanche un anno dopo ed ecco che Trump ci ripensa. La sua amministrazione si frenerà dal chiamare la Cina «manipolatrice» di moneta nazionale nel rapporto semestrale del Dipartimento del tesoro pubblicato questa settimana. Ad annunciarlo è stato lo stesso Trump al Wall Street Journal. Per The Donald è importante non destabilizzare i rapporti con Pechino il cui aiuto è fondamentale in questi giorni per far fronte alla costante minaccia nordcoreana. Il Global Times, quotidiano semi-ufficiale in lingua inglese di Pechino, accoglie con ottimismo la notizia e si complimenta con Trump per il suo atteggiamento pratico. Attenzione però: la «luna di miele» potrebbe non durare per sempre.


Nuove sanzioni Usa contro Corea del Nord: coinvolte anche banche cinesi

Dopo le navi anche l’embargo. Trump tiene vivo il duello a distanza con la Corea del Nord che si prepara a festeggiare sabato prossimo il 105esimo anniversario dalla nascita del padre fondatore Kim Il Sung — e starebbe preparando un nuovo test nucleare. L’amministrazione Usa avrebbe infatti al vaglio nuove sanzioni economiche contro Pyongyang a partire dallo stop alle importazioni di petrolio fino ad arrivare a impedire a banche e aziende cinesi di fare affari con il regime di Kim Jong Un. Washington intende portare le sanzioni economiche che comprendono anche un bando totale sulla compagnia aerea di bandiera, la Air Koryo, all’attenzione delle Nazioni Unite. E qui potrebbe incontrare l’opposizione cinese, obiettivo secondario di alcune delle sanzioni allo studio dell’amministrazione Usa. Secondo gli esperti le sanzioni dirette a entità cinesi potrebbero rendere Pechino meno disposta a cooperare


Wang Yi: "Correggere storture storiche per favorire stato palestinese"

La Palestina dovrebbe avere uno stato indipendente. A dirlo è il ministro degli Esteri cinese Wang Yi che ieri ha ricevuto il suo omologo palestinese Riyad al-Maliki. Il capo della diplomazia cinese ha aggiunto anche che la mancanza di uno stato palestinese è un’ingiustizia storica che va corretta. Da sempre la Cina ha rapporti privilegiati con la Palestina: a marzo di quest’anno il presidente Xi Jinping ha auspicato una soluzione del conflitto arabo-israeliano tramite la «coesistenza» dei due popoli. Ma questa volta il governo di Pechino sembra essersi spinto un po’ oltre quasi a dichiarare il proprio impegno diplomatico per il prossimo futuro: giocare un ruolo di punta nello scacchiere mediorientale.


Duterte fa un passo indietro sull'isola contesa

Il presidente filippino Rodrigo Duterte ha cancellato la propria visita in un’isola contesa con la Cina nel Mar cinese meridionale dopo minacce da Pechino. La notizia arriva a una settimana di distanza dal suo annuncio di «piantare una bandiera» su Thitu, l’isola appunto al centro del contendere, e approvare la costruzione di strutture militari. A questo Pechino ha risposto con un laconico: «ci saranno problemi». L’annuncio è arrivato da Riyad dove Duterte ha incontrato la comunità filippina locale. Duterte continua così con la sua opera di riavvicinamento con la Cina con cui il controverso leader — diversamente dagli Stati Uniti dell’era Obama — sembra voler tenere un atteggiamento conciliante.


Thailandia, divieto di interazione online per tre critici della giunta militare

Tre intellettuali thailandesi residenti all’estero critici contro il governo del loro paese, guidato dalla giunta militare facente capo al generale Prayuth, saranno interdetti dalle interazioni su internet. Una circolare ministeriale ha oggi avvertito i cittadini del fatto che interagire con gli accademici Somsak Jeamteersakul, Pavin Chachavalpongpun e il giornalista Andrew McGregor Marshall sarà considerato reato. Il giro di vite sulle voci critiche contro il regime continua e si fa via via più pressante. Ancora una volta è la lesa maestà a fornire un appiglio legale: era stato lo stesso Pavin in un pezzo per il Guardian del 2015 ad ammettere che i processi e gli arresti legati ad accuse di avere parlato male del re erano un pretesto per Prayuth e co. 
 

Commenti