In Cina e Asia - Flottiglia Usa alla volta della penisola coreana

I titoli della rassegna di oggi:

-Flottiglia Usa alla volta della penisola coreana
-Fino a 500mila yuan per chi stana spie straniere
-Indagato per corruzione il capo della China Insurance Regulatory Commission
-Dalai Lama: ai tibetani l'ultima parola sulla successione
-I cambiamenti climatici incentivano la "fuga di cervelli" 





Flottiglia Usa alla volta della penisola coreana


Gli Stati Uniti stanno inviando navi da guerra nel Pacifico occidentale. Secondo fonti Reuters, la flotta, che comprende la portaerei USS Carl Vinson, ha lasciato Singapore ed è diretta alla volta della penisola coreana, piuttosto che verso l'Australia, come precedentemente stabilito. Citando la minaccia nordcoreana, un funzionario americano ha dichiarato che "riteniamo sia necessario un incremento della nostra presenza". Appena due settimane fa Pyongyang si è prodotto con un ennesimo test missilistico e ulteriori gesti provocatori - come un sesto test nucleare o il lancio di un missile balistico intercontinentale - potrebbero trovare spazio il 15 aprile in concomitanza del 105esmo compleanno del presidente eterno Kim il-sung, nonno di Kim Jong-un. Proprio la Corea del Nord è stata al centro del recente meeting tra Xi Jinping e Donald Trump, sebbene non sia stato trovato alcun accordo a riguardo per trovare una risoluzione comune al problema. Sabato, il regime di Kim si è espresso sull'attacco sferrato da Washington alla base siriana di Al Shayrat - proprio mentre Xi era in Florida - definendolo "imperdonabile" e un incentivo a rafforzare il proprio arsenale nucleare in ottica difensiva. Il tempismo della reazione statunitense ha indotto molti a interpretare il bombardamento di giovedì come un avvertimento diretto a Pyongyang. Una tesi, tuttavia, scartata dalla stampa cinese che ha evitato di collegare esplicitamente la questione siriana a quella nordcoreana. Soltanto il Global Times si chiede se ‘After Syria strikes, will North Korea be next?’, paventando le terribili ripercussioni che un attacco americano finirebbe per avere sulla popolazione sudcoreana, vittima certa di un contrattacco del Nord. L'escalation nella penisola sarà probabilmente argomento di dibattito al G7 in corso a Lucca.

Mentre il gruppo di navi da guerra statunitensi fa rotta verso le acque del Pacifico occidentale, l'agenzia nuova Cina riprende le parole di un alto funzionario russo secondo cui la provocazione americana può provocare una reazione “affrettata” da parte di Pyongyang. È interessante notare che Xinhua, l'agenzia ufficiale cinese, cita un commento riportato da Ria Novosti, cioè l'agenzia ufficiale russa. Cina e Russia allineate, dunque, nel far sapere agli Stati Uniti che stanno facendo una cosa molto stupida. Le due agenzia citano Victor Ozerov, presidente del Comitato difesa e sicurezza del Cremlino, secondo cui se la Corea del Nord si sentirà minacciata potrebbe compiere azioni in risposta. Ozerov dice anche il diritto internazionale non vieta la presenza di una flotta statunitense in quelle acque, ma che tale presenza non serve sicuramente a mantenere la stabilità in tutta l'area. Ha inoltra aggiunto che il precedente siriano potrebbe lasciar intendere che gli Stati Uniti non escludano un attacco improvviso, il che aumenta ovviamente le tensioni. La reazione nordcoreana, di cui non si dice ma che tutti immaginano, potrebbe essere un missile – o anche più di uno - lanciato al di là del confine con la Corea del Sud, in un'area abitata da circa 25 milioni di persone. Il governo sudcoreano si è infatti affrettato stamattina a dichiarare che nessun attacco preventivo statunitense è all'orizzonte e che Washington appoggia pienamente Seul nella ricerca di una soluzione pacifica al problema della nuclearizzazione della penisola. Vedremo se queste dichiarazioni basteranno a tranquillizzare Kim Jong-un.


Fino a 500mila yuan per chi stana spie straniere

Il dipartimento per la sicurezza di Pechino ha pubblicato nuove regole per incentivare la popolazione a segnalare attività di "spionaggio" condotte da cittadini stranieri. Ogni attività sospettata di minacciare la sicurezza dello stato va riportata via mail, attraverso un'apposita hotline oppure di persona. In cambio i whistle-blowers potranno essere premiati con una cifra tra i 100mila e i 500mila yuan (circa 72mila dollari), a seconda dell'importanza delle informazioni rivelate. L'annuncio si inserisce nell'ambito di una campagna volta a limitare le influenze d'oltremare nel paese asiatico: temendo l'insorgere di "rivoluzioni colorate", lo scorso anno il governo cinese ha approvato una nuova legge che limita le attività delle Ong straniere nel paese, mentre la municipalità di Pechino si era già attirata l'ilarità del web tappezzando la capitale di fumetti - indirizzati alle ragazze cinesi - sulla pericolosa seduzione delle spie forestiere. Come spiega la nota pubblicata quest'oggi, l'obiettivo è quello di erigere "una grande muraglia contro spie e spionaggio".

Indagato per corruzione il capo della China Insurance Regulatory Commission


Xiang Junbo, presidente della China Insurance Regulatory Commission, l'agenzia di vigilanza sul settore dei prodotti assicurativi, è indagato per "gravi violazioni della disciplina", ergo per corruzione. Sotto la direzione di Xiang, la CIRC si è trovata a fronteggiare una controversa deviazione del settore dalla tradizionale protezione sui rischi alla vendita di wealth management products utilizzati per finanziare acquisizioni estere e attività speculative. A febbraio Xiang aveva dichiarato che l'agenzia "non permetterà mai al settore assicurativo di diventare un "bancomat" o un "rifugio per coccodrilli della finanza". Quello stesso mese la CIRC ha bandito dal settore Yao Zhenhua, quarto uomo più ricco del paese nonché presidente del conglomerato finanziario Baoneng Group, accusato di aver carburato la propria corsa agli investimenti grazie alla vendita di prodotti ad alto rischio emessi dall'unità assicurativa del gruppo, la Foresea Life Insurance.

Dalai Lama: ai tibetani l'ultima parola sulla successione

Sarà il popolo tibetano a scegliere se il Dalai Lama si reincarnerà o meno. A dirlo è stato Sua Santità Tenzin Gyatso, durante una conferenza tenutasi a margine della sua controversa visita presso il monastero di Tawang, nello stato indiano dell'Arunachal Pradesh rivendicato da Pechino. Il leader religioso ha inoltre annunciato di voler convocare entro l'anno un meeting ai vertici del clero buddhista per discutere della propria successione. Quella dell'erede del Dalai Lama è una questione a lungo dibattuta con Pechino che rivendica il diritto di imporre il proprio candidato, mentre Tenzin Gyatso minaccia di non reincarnarsi o di farlo fuori dai confini cinesi per smarcarsi dall'ingerenza del partito comunista. La controversia è tornata alla ribalta da quando il leader spirituale ha annunciato la sua visita nella regione "pomo della discordia" tra Pechino e Delhi. La stessa dove il Dalai lama approdò una volta fuggito dall'occupazione comunista del Tibet nel '59, prima di trasferirsi a Dharamsala. "Se la gente deciderà che questo istituto non è più rilevante allora cesserà automaticamente". Ma Sua Santità ha fatto sapere che una decisione finale sarà presa quando raggiungerà un'età prossima ai 90. Al momento ha 81 anni.

I cambiamenti climatici incentivano la "fuga di cervelli"

Secondo uno studio condotto da Linguere Mously Mbaye, consulente dell'African Development Bank, a differenza di quanto si potrebbe credere, i flussi migratori causati da disastri naturali legati ai cambiamenti climatici - come alluvioni e siccità - partono prevalentemente paesi a reddito medio, non dalle regioni più povere del mondo. Inoltre, chi si sposta all'estero per sfuggire ai contraccolpi dei cambiamenti climatici ha solitamente un buon livello di istruzione, il che - secondo la ricercatrice - potrebbe tradursi in una "fuga di cervelli" dai paesi sviluppati. Mbaye spiega anche perché: chi è povero non ha mezzi per trasferirsi e chi è ricco invece ha i mezzi per fronteggiare le sciagure senza bisogno di andarsene. Tra il 2008 e il 2014, le nazioni in via di sviluppo hanno rappresentato il 95 per cento ma 86 per cento di quelli sradicati provenivano i paesi a medio reddito come India, Cina e Pakistan, hanno contato per l'86% degli spostamenti a causa delle calamità naturali, mentre i paesi a basso reddito solo il 9 per cento




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