FreeVantablack - Il russare del colibrì

Può una manifestazione naturale tra le più bizzarre divenire opera d'arte? A Pechino, Alessandro Rolandi parte a caccia di pennuti dal metabolismo atrocemente rapido e ci racconta come un'opera d'arte per certi versi semplice contenga sia sapere sia sensualità.






Con l’appena trascorso Beijing Gallery Weekend, I distretti artistici storici di Dashanzi 798 e Caochangdi si sono risvegliati in un’euforia primaverile di mostre e avvenimenti, in cui gallerie ed istituzioni hanno cercato di sfoderare i propri assi nella manica creativo-mediatici, per attirare l’attenzione (il punto fondamentale del progetto) della super crowd di collezionisti e curatori del jet-set internazionale di passaggio e diretti ad Hong Kong per la fiera Hong Kong-Basel.

Nella difficoltà di esprimere giudizi sulle opere, che durante queste giornate si trovano mescolate a banchetti, simposi e innumerevoli altre attività mondane, porto l’attenzione su una mostra che di sicuro non sarà sfuggita a coloro che hanno saputo spingersi fino all’accademia di belle arti Cafa e che sono arrivati una settimana prima del weekend di fuoco.

Una piccola mostra così enigmatica (nel senso che per ora non mi era ancora capitato di incontrarne così) che forse potrebbe ispirare un’altra possibile direzione nel modo di concepire l’idea stessa del cosa e del come un’esposizione dovrebbe comunicare nel 21 esimo secolo.
Volendo generalizzare senza anticipare future recensioni più specifiche, direi di aver notato due tendenze fondamentali nelle ultime mostre pechinesi: una è quella che si concentra sulle generazioni dei giovani artisti degli anni 90 e che tende ad esplorare il cosiddetto territorio multimediale del post-umano, della realtà aumentata e delle transmutazioni tecno-biologiche e delle loro conseguenze nell’ambito socio-politico, sessuale e meta-filosofico della comunicazione; l’altra è una ritrovata nostalgia per i medium tradizionali , (quindi pittura, scultura, oggetti) e i loro relativi soggetti, (ritratto paesaggio, natura morta, etc) a cui si cerca di conferire l’aura con cui sono sempre stati difesi nel passato attraverso rivisitazioni formali ed informali e soluzioni tecniche del presente che possano sdoganarne l’inattualità e aiutarli a reggere il paragone proprio con la fluidità inafferrabile dell’antagonista movimento post-umano appena citato.

Per ragioni che spiegherò meglio un'altra volta, entrambi questi approcci mi sembrano forzati, polarizzati e più intenti ad asserire una propria autorevolezza l’uno nei confronti dell’altro, che a cercare qualcosa di diverso o di nuovo (come del resto nel caso di ogni dualismo estremizzato).
Trovarsi al bivio del dover decidere se sia meglio un quadro dipinto 'appositamente' in maniera comunque classica e con un soggetto classico o un’installazione che sembra una ricostruzione leggermente alterata di uno store Uniclo, significa spesso sentire una voce interiore che ti dice che qualcosa non va, che vuoi ‘scendere', che non vuoi essere confinato in una situazione tipo Trump-Hillary.

Per fortuna, l’arte ha sempre delle scappatoie, a patto che si abbia la pazienza e la curiosità di cercarle, perché a volte si nascondono apposta.
Allora, chi si fosse spinto fino al museo della Cafa, precisamente nella Hall 3C, dove si tengono le mostre del “Project Space: Young Curator’s Lab” concepito da un gruppo di artisti e professori dell’accademia, si sarebbe trovato all’ingresso della stanza buia concepita dalla compagnia di design multimediale Moujiti, che ospitava SNORING HUMMINGBIRD, la loro proposta curatoriale e concettuale.

Sul muro esterno della stanza possiamo leggere la nascita e la spiegazione dell’intero progetto: “Una fonte arbitraria su internet ci ha portato a scoprire un fenomeno particolare di cui non ci si era mai accorti in precedenza: un colibrì che russa. Il colibrì è stato osservato in una struttura di ricerca ornitologica in Peru dedicata allo studio dei pattern del sonno dei colibrì. Gli scienziati hanno rivelato la scoperta più sconvolgente dietro questo evento: normalmente un colibrì ha bisogno di nutrirsi ogni 15 minuti, il che rende impossibile per lui riposare o dormire. Per poter riposare il colibrì è obbligato a spegnere completamente il proprio corpo e minimizzare le funzioni vitali per limitare il consumo di energia. Il russare è quindi ciò che l’uccello fa per svegliarsi dal profondo torpore, cercando di riempirsi i polmoni d’aria e producendo un suono stranamente simile a quello di un russare (molto acuto). Con 3.257.932 passaggi, il video di questo evento dimostra come la rarità del fenomeno e l’effetto ‘tenero' che ne deriva, abbiano attratto così tanti spettatori”.



C’è una nota allarmante in questo: l’inarrestabile atteggiamento antropocentrico delle scienze naturali che tentano inevitabilmente di capire e spiegare stabilendo una compatibilità tra la natura e le sue leggi e comportamenti sofisticatissimi e la consapevolezza evoluta e sapiente dell’osservatore umano.
Da qui nasce l’arroganza dell’oggettività super-imposta e dell’alterità di ciò che viene studiato. Tutta la storia della teoria evolutiva darwiniana si è sviluppata basandosi sulla referenza dell’homo sapiens come unica forma di vita intelligente, capace di concepire le proprie attività e i propri comportamenti e di dominare e cambiare la natura e le altre specie. Questo atteggiamento ci ha portato oggi sulla soglia di quello che viene definito Antropocene. Con il russare del colibrì come sottofondo, simbolo della natura nella stanza oscurata che rappresenta la nostra ignoranza di fronte alla sorpresa della natura e la nostra incapacità di stabilire, con essa, un rapporto non dominante, possiamo ascoltare, letti e sussurrati da alcuni esseri umani rimasti anonimi, alcuni estratti di testi tradizionali più o meno ortodossi appartenenti agli studi sulla teoria evolutiva.

Così, sospesi tra il russare ipnotico del colibrì e questi fiumi di frasi dogmatiche e confidenti sussurrate, rimaniamo nel buio a confrontarci con la natura paradossale della nostra esistenza cosciente e sapiente.
La poesia, l’intelligenza e l’ironia infuse in questo progetto curatoriale, che riesce a riflettere con tanta eleganza e con una profondità leggera sia sulla conoscenza intellettuale - il pensare, il sapere, l’organizzare - che su quella sensuale - del vedere, dell’ascoltare, del sentire - mi sembrano spiazzanti e così ‘diverse' da ciò che l’arte contemporanea persegue oggi giorno e perciò capaci di propagare una freschezza inattesa e un senso di sorpresa a cui si lega l’incapacità di portare un giudizio immediato e tranciante che purtroppo caratterizza l’esperienza di molte mostre.

Il gruppo di Moujiti ha scelto di dematerializzare sia il soggetto sia l’oggetto della mostra: l’opera è il russare? L’artista è il colibrì? E Youtube? E I milioni di spettatori del video? E Le voci che leggono i testi sulla teoria evolutiva? E la camera oscurata? Con che tipo di esperienza abbiamo a che fare? Informazione? Critica eco-socio-politica? Intelletto? Filosofia? Sensoriale?

Tutto è artificiale ma non finto, in quanto documenta e non riproduce o imita; e lo stato d’animo che ricerchiamo, in maniera sensoriale, intellettuale o cognitiva è organico e poetico, anche se non si può materializzare fino in fondo.
Ci sono dell’ironia e una grande semplicità nel meccanismo tecnologico. Lasciano capire come l’accento non sia assolutamente sul medium o sulla virtualità o sull’artisticità dell’opera. L’alternanza concettuale e sensoriale del buio e del sentire, Youtube: SNORING HUMMINGBIRD è un dispositivo poetico relativamente semplice e capace di sondare una grande varietà di livelli percettivi e conoscitivi.

Tutte le scelte per concepire quest’installazione sembrano essere state guidate da una misura insolita, da uno scopo non svelato, che va oltre la spiegazione necessaria (che resta comunque accessibile a tutti e non manipolatrice) e che cerca, per dirla con le parole di Alighiero Boetti, “un qualcosa di distante”.  Tutto punta a questa “cosa distante” la percezione della quale mi sembra proprio essere ciò che rimane con noi dopo la visita a questa mostra intelligente e non presuntuosa, tornando a casa per cercare su Youtube e ascoltare ancora il russare del colibrì.

A Moujiti, agendo sospesi sulle frontiere infide tra il discorso dell’arte e quello del design, ma senza aver paura di lasciare al registro poetico il compito di ritmare le relazioni tra i vari elementi, hanno saputo dare vita a un'opera curatoriale e artistica viva e aperta, da cui si possono trarre non pochi spunti di riflessione e d’ispirazione su cosa significhi presentare e organizzare contenuti di valore, domande necessarie ma non ovvie e scelte plastiche sottili ed intelligenti anziché ingombranti e spettacolari.

*Alessandro Rolandi ha studiato chimica, teatro sperimentale, cinematografia e storia dell'arte. Vive a Pechino dal 2003 dove lavora come artista multimediale e performativo, regista, curatore, ricercatore, scrittore e docente. Il suo lavoro si concentra sull'intervento sociale e le dinamiche relazionali, con lo scopo di ampliare la nozione di arte oltre le strutture, gli spazi e le gerarchie esistenti, attraverso l'impegno diretto con la realtà, in diversi modi. Ha fondato il Social Sensibility Research & Development Department di Bernard Controls Asia e collabora regolarmente con diverse riviste e siti: Hyperallergic, Randian, Asialyst.

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