Pechino, pendolarismo e diritto allo studio

Nei distretti periferici di Pechino, le scuole per figli di migranti vengono chiuse e le famiglie devono spostarsi ancora più distanti dal centro della metropoli. La nuova urbanizzazione cinese, basata sul decongestionamento delle megalopoli, passa anche dal diritto allo studio negato.




Scuola sperimentale dei Cento anni del villaggio di Cuige, 813 alunni; scuola sperimentale del maestro Laozi della Terra dorata del villaggio di Shibalidian, 934 alunni; scuola Da Wuji Wen Wu di Shibalidian, 400 alunni; scuola sperimentale Cuore concorde di Picun nel villaggio di Jinzhan 470 alunni; scuola Anmin del quartiere scolastico di Dandian, 307 alunni.

Sono alcune delle scuole che nell’area di Pechino accettano i figli dei migranti rurali per offrirgli l’istruzione elementare obbligatoria. Non avendo la residenza nella capitale, i bambini non avrebbero diritto a studiare qui. Ma i loro genitori, invece, qui lavorano e quindi, negli anni, si è sviluppato un servizio alternativo a quello fornito dallo stato: scuole private e anche dirigenti scolastici pubblici che hanno a cuore il diritto allo studio e accettano gli scolari nei propri istituti.

Secondo i dati raccolti dal collettivo video sui migranti rurali – un gruppo di attivisti che ha sede nel villaggio di Picun – nel 2016 erano 133 le cosiddette minban xiaoxue, che tradurremmo in “scuole private” se questo termine non ci portasse fuori strada nella sua accezione italiana – che rimanda a grosse auto piazzate nel parcheggio dell’istituto. Letteralmente, infatti, minban significa “fatto dalla gente”. Spesso sono scuole semiautogestite – chi le fonda è talvolta un migrante istruito che cerca di mettere insieme utile (istruzione dei figli) e utili (guadagno) – che preparano agli esami. Ma da quando diversi distretti di Pechino hanno annunciato un piano per ridurre di almeno 300mila persone i propri abitanti, anche le scuole vengono chiuse.

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