Taiwan-Trump-Cina: perché Pechino non sta attaccando The Donald

La scorsa domenica c'è stata la telefonata tra Trump e la presidente taiwanese Tsai Ing-wen. Una telefonata che ha provocato la reazione di Pechino, immediata: «La Cina è una sola». E nei giorni successivi sono aumentate le preoccupazioni della Cina riguardo il fenomeno Trump.




Proprio nel giorno in cui viene sostanzialmente confermata la presenza, per la prima volta, del presidente cinese al forum di Davos in Svizzera nel gennaio 2017, a Pechino è un continuo ragionare sulla telefonata di Trump con la presidente taiwanese Tsai.

Perché la Cina, pur avendo reagito con immediata stizza, ora non sta speculando sul fatto che un neo presidente Usa abbia ripreso relazioni ufficiali – almeno all'apparenza – con quella che Pechino considera una propria provincia ribelle?

Ci sono vari motivi: innanzitutto la dirigenza cinese da tempo sta cercando di studiare il fenomeno Trump e capire quali implicazioni avrà per il futuro delle relazioni bilaterali e più in generale nel mondo.

C'è scetticismo misto al ragionamento seguente: Trump è un businessman e quindi dovrà fare di necessità virtù e accettare il lato pragmatico della cooperazione tra Stati Uniti e Cina.

Rimane il fatto che la telefonata con Tsai è piuttosto sconvolgente per le «abitudini» diplomatiche un po' ingessate di Pechino: nel 1979 gli Usa riconobbero l’esistenza di una sola Cina, spostando la propria ambasciata a Pechino. Si trattò del gesto che proclamò il cambiamento storico delle relazioni tra Stati uniti e Cina.

Per Pechino il riconoscimento di «una sola Cina» significava due cose: mantenere una la propria sovranità politica sull’isola taiwanese (dove si rifugiarono i nazionalisti dopo la vittoria di Mao nel 1949) e recuperare un sentimento di fiducia con l'Occidente dopo un secolo di umiliazioni e fallimenti nelle relazioni con i «barbari».

Metterlo in discussione nel 2016 è un colpo decisivo per la diplomazia di Pechino anche se esistevano alcune indicazioni precedenti: nel 1980 Reagan riprese rapporti formali con le allora autorità di Taiwan, facendo adirare proprio Pechino.

In secondo luogo la scelta di Trump non appare casuale anzi: da tempo si discute della nascita di un nuovo think tank a guida Usa sugli affari proprio tra Washington e Taipei, inoltre il neo presidente eletto americano ha da tempi non sospetti grandi interessi sull'isola, interessi di tipo personale e imprenditoriale.

Naturale dunque che tanto Taipei, quanto i falchi della futura amministrazione Trump e momentaneamente nel team di transizione, abbiano spinto all'«incidente» diplomatico con la Cina. Forse, anche, per capire fino a dove il neo presidente americano potrà spingersi con le provocazioni.
Per questo Pechino dopo la prima rabbiosa reazione ora sembra nicchiare: si tratta di inserire questo fatto, pensano a Pechino, all'interno di una strategia che è ancora da comprendere nella sua totalità. Di sicuro però la sensazione è che la Cina non avesse bisogno di questo intoppo. E di sicuro, prima o poi, arriverà una reazione analoga a quella effettuata nei confronti della Norvegia.

Dopo il Nobel a Liu Xiaobo Pechino interruppe completamente il commercio di salmone con il paese europeo. Un anno dopo circa, quando tutti ormai sembravano aver dimenticato lo sgarbo.


[Scritto per Eastonline]

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