Flowers Of War. Softpower su pellicola

Nessuna nomination agli Oscar per Flowers Of War. Il nuovo film di Zhang Yimou si conferma comunque un esperimento notevole di commercializzazione e internazionalizzazione del cinema cinese. Un'ennesima prova del soft power del Dragone.


E’ una notizia che deve aver deluso molti cinesi: il film Flowers Of War non ce l’ha fatta a entrare nella cinquina delle nomination all’Oscar 2012.

Quest’anno le aspettative erano alte, e un Oscar assegnato per la prima volta a un film cinese sarebbe stato un perfetto coronamento di quel recente trend politico che individua nella cultura il mezzo della crescita dell’influenza cinese nel panorama internazionale.

Inoltre Flowers Of War ha tutti i requisiti per competere con Hollywood: budget stellare, una star internazionale nel ruolo di protagonista, e la firma del regista cinese più riconosciuto e affermato all’estero.

Sin dall’uscita del film nelle sale, il 16 dicembre scorso, parte della critica aveva parlato di “corsa agli Oscar” ancor prima di guardare il film . E dell’imminente distribuzione americana, grazie anche all’altissimo budget: si tratta del più costoso film cinese mai realizzato, un budget di 600 milioni di Rmb (in parte forniti dal Governo attraverso la Bank Of China).

Insomma sin da subito si è riconosciuto in Flowers Of War un prodotto da esportazione con l’obiettivo, tra gli altri, di mostrare la Cina sotto una luce diversa, attraverso una nuova immagine.

Così in esso si combinano strategie commerciali di matrice hollywoodiana ed elementi narrativi e visivi occidentali che però qui diventano strumenti di una narrazione storica fortemente nazionalistica.

Flowers Of War è infatti un film storico, in cui si ripropone una delle più tristi pagine della storia cinese moderna: la brutale occupazione di Nanchino da parte delle truppe giapponesi nel 1937.

Il cosiddetto “Stupro di Nanchino” (nanjing datusha) è una ferita in parte ancora aperta che commuove e suscita risentimento in molti cinesi, e il cui ricordo è spesso vissuto come un momento di forti sentimenti nazionalistici, e forse proprio per questo è divenuto negli anni un tema ricorrente della narrazione nazionale, accostato da molti al tema dell’olocausto nazista.

Così il racconto storico è un racconto tutto nazionale, e invece di essere uno sfondo in cui collocare la trama, è in realtà uno degli elementi principali e caratterizzanti.

La storia di Flowers Of War è tratta da un romanzo di Yan Gelin e si costruisce sulle memorie di una delle protagoniste, la giovane studentessa Shujuan che, durante la caduta di Nanchino, si rifugia all’interno della chiesa del collegio presso la quale studia e vive. Qui vi arrivano anche un gruppo di prostitute e l’americano John Miller, becchino venuto a seppellire il prete da poco defunto.

È nei fragili confini della chiesa, che il film si muove verso un lento sgretolamento degli opposti: rifugio-prigione, sicurezza-minaccia, studentesse-prostitute, cinese-straniero.

Proprio quest’ultima dicotomia, è un elemento nuovo nel modo in cui viene presentato: innanzitutto l’attore che interpreta John Miller è la star internazionale Christian Bale, il cui ruolo da protagonista ha portato un gran numero di dialoghi in inglese nel film, forse anche più di quelli in cinese.

Così sono i personaggi cinesi a dover parlare inglese nel film e il pubblico cinese a leggere i sottotitoli, dal momento che, rarità per uno straniero su schermo cinese, Bale non viene doppiato, né recita in cinese come sarebbe accaduto qualche anno fa.

Questa caratteristica solo in parte rende il racconto più realistico, soprattutto contribuisce a rendere il film un prodotto chiaramente cinese dalle forti caratteristiche internazionali.

Ma per quanto importante ed esotica, la figura di Bale non può offuscare la narrazione storica in cui è la “nazione” ad emergere attraverso la guerra, l’eroismo e il sacrificio.

La prima parte del film è infatti caratterizzata da alcune scene d’azione bellica in cui gli ultimi soldati cinesi superstiti invece di fuggire si immolano per proteggere le studentesse in fuga e per tentare con i pochi mezzi a disposizione di fermare l’avanzata dei carri armati giapponesi, mostrando il coraggio e l’orgoglio cinese, che il regista Zhang Yimou fotografa senza nascondere un certo inevitabile afflato patriottico.

Il regista di fama internazionale Zhang Yimou negli anni  Ottanta, quando faceva parte della così detta Quinta generazione di registi cinesi, aveva aperto la strada del cinema cinese (quello artistico e “d’autore”) verso i festival e i riconoscimenti internazionali, nonostante alcuni contrasti con la censura che sono proseguiti fino al decennio successivo. Poi nel 2002 con Hero crea un kolossal capace di competere con Hollywood e di essere il nuovo vessillo della globalizzazione cinese.

Dirigendo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino del 2008, mostra in una diretta in mondovisione una Cina piena di luci e priva di ombre.

Quest’anno con Flowers Of War Zhang Yimou inaugura forse una fase nuova del cinema cinese, quella della legittimazione culturale in campo internazionale, attraverso strategie commerciali tutt’altro che cinesi, come la presenza di star internazionali, budget stellari e effetti spettacolari, per raccontare la storia cinese e mostrarla al mondo intero.

Un nuovo trend che proseguirà in primavera quando è prevista la nuova opera di un altro regista famosissimo in Cina (ma un po’ meno in occidente), Feng Xiaogang, che con il suo Wengu1942, propone (forse non a casa) un’altra tragica pagina della guerra sino-giapponese che dovrebbe vedere gli attori americani Adrien Brody e Tim Robbins nel cast; e poi sarà Taijixia con un Keanu Reeves che potrebbe avere un ruolo simile al suo Neo di Matrix.

Insomma nel 2012 il cinema cinese si fa più che mai strumento di promozione culturale attraverso la sua industria e il suo mercato e, in linea con le recenti direttive di Pechino, cercherà una crescita d’influenza nel panorama globale puntando a importanti riconoscimenti internazionali, peccato però che per la “statuetta d’oro” la Cina dovrà ancora aspettare del tempo.

* Edoardo Gagliardi ha appena concluso il dottorato di ricerca  in cinema cinese contemporaneo presso la Facoltà di Studi Orientali dell' Università di Roma, la Sapienza. Ha collaborato a riviste e siti internet come Rockerilla, Film, Caltanet e altri. Vive a Pechino dove collabora con The World of Chinese

Commenti