Un commento sulla Foxconn e i robot

[In collaborazione con AGICHINA24] Ancora una volta la Foxconn torna a far parlare di sé. Dopo la serie di suicidi tra i lavoratori dello scorso anno, dopo che un’organizzazione non governativa con base a Hong Kong ha a più riprese denunciato le condizioni di lavoro nei suoi impianti, dopo che il Nanfang Zhoumo ha svelato la pratica di impiegare giovani stagisti sottopagati presentati direttamente dalle scuole, questa volta il colosso taiwanese dell’elettronica fa sensazione per alcune affermazioni del suo fondatore e CEO Terry Gou, il quale ha annunciato di voler portare il numero di robot alla catena di montaggio a un milione nel giro tre anni.




Singolarmente, questo avviene appena dieci mesi dopo che la Foxconn aveva annunciato con gran fanfara un piano per assumere oltre quattrocentomila nuovi dipendenti nella Cina continentale entro la fine del 2011. Questo non può che sollevare la più elementare delle domande: è credibile l’idea che un esercito di un milione di robot vada a sostituire un numero pari se non superiore di lavoratori in operazioni come la verniciatura, la saldatura e il montaggio? Che la Foxconn stia attraversando una fase di trasformazione e revisione delle proprie strategie di produzione è indubbio. La situazione è molto cambiata rispetto allo scorso anno, quando i media riportarono la notizia della serie di suicidi, scatenando l’indignazione dell’opinione pubblica.

Da allora, non solo i salari dei lavoratori di prima linea sono cresciuti, passando da una media di meno di 1.000 yuan (circa 100 euro) a circa il doppio, ma la dirigenza aziendale ha anche deciso di rilocare buona parte della produzione in città di seconda e terza fascia, dove i salari sono inferiori e il costo dei terreni è molto più basso. Che questi cambiamenti strategici abbiano avuto un prezzo non indifferente, appare evidente se si considera il fatto che lo scorso anno la Foxconn ha riportato perdite per circa 218 milioni di dollari americani, contro i 37 milioni di profitti dell’anno precedente. L’annuncio di Terry Gou lascia aperti non pochi dubbi.

Liu Kaiming, direttore dell’Institute for Contemporary Observation di Shenzhen, un’organizzazione che da un decennio si occupa di CSR e di lavoratori migranti, dubita che un simile piano sia fattibile: “Un lavoratore alla catena di montaggio costerà all’azienda circa 30mila yuan (3mila euro) all’anno per i salari, 40mila yuan se aggiungiamo gli altri costi: esistono forse dei robot altrettanto economici?” Liu Kaiming avanza tre ipotesi: “Una prima possibilità è che nell’azienda siano già stati installati alcuni macchinari e che si stia pensando di potenziare la capacità aziendale sotto questo aspetto, cosa che poi alcuni hanno ingigantito come se si trattasse di macchine senzienti; una seconda possibilità è che la Foxconn stia incontrando dei problemi a reclutare la manodopera e stia cercando di risolvere la questione attraverso un processo di meccanizzazione; infine, c’è la possibilità che si tratti di una risposta alle richieste dei lavoratori di alzare i salari, una sorta di minaccia ai dipendenti”.

Anche se è ancora presto per trarre delle conclusioni, non è detto che queste ipotesi siano mutualmente esclusive. Quando, lo scorso inverno, con Tommaso Facchin avevo intervistato alcune decine di dipendenti della Foxconn di Shenzhen per un documentario sui giovani lavoratori migranti (Dreamwork China), la maggior parte si era detta soddisfatta delle condizioni di lavoro nell’azienda. “E’ stancante, ma sempre meglio che lavorare nelle piccole fabbriche della zona”, “i media non hanno detto tutta la verità sulla vicenda dei suicidi”, “non ce la passiamo poi così male”, ci avevano detto in tanti. Secondo una psicologa che collabora regolarmente con la Foxconn di Shenzhen per fornire assistenza psicologica ai dipendenti, la reazione dei lavoratori ad un’eventuale meccanizzazione su larga scala non sarà omogenea: “Dipenderà tutto dalla ‘qualità’ dei singoli individui, se si limiteranno a considerare semplicemente l’aspetto occupazionale oppure se prenderanno in considerazione anche la qualità del lavoro e della vita.

Ci sono posti di lavoro che sono dannosi per la salute dei lavoratori: la soluzione migliore per tutelare le persone non è certo mantenerli, ma migliorarne la qualità”. Altri dipendenti nei reparti di ricerca e sviluppo e gestione delle risorse umane hanno mostrato di condividere quest’opinione. Resta da vedere se i lavoratori di prima linea, alla notizia che qualcuno ai vertici vorrebbe “sostituirli” con dei robot, manterranno inalterata la loro “fedeltà” all’azienda.

[In collaborazione con AGICHINA24 -.img da http://www.sott.net/]
[China-Files ri_sottolinea il link al bellissimo documentario Dreamwork China, augurandoci che possa essere visto da più persone possibili].

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