Once upon a time in Hutong


Le famose case di Pechino.

Entro in un vicolo stretto, che mi ricorda molto le calli della mia Venezia, alla mia destra ed alla mia sinistra mi trovo delle porte, penso siano le entrate delle case, sporgo lo sguardo per sbirciare all’interno e capisco che, come tante realtà in Cina, non è quello che sembra. Un piccolo mondo, fangoso, stretto, vitale, si racchiude oltre quelle porte.

Famiglie intere ci vivono, mangiano, dormono, giocano, chiacchierano, bevono, in case a un solo piano, costruite, non si sa come, con materiali dei più diversi: legno, mattone, cemento, pannelli di compensato e lamiere. In molti di questi Hutong un tempo si potevano trovare i siheyuan, le famose e ricche case a corte con giardini interni, dove viveva una sola famiglia, oppure templi dei quali rimane a volte solo la facciata decorata, riutilizzata perché molto solida e stabile. 

La rivoluzione “distribuì” al popolo questi luoghi, che furono trasformati in alloggi per migliaia di persone. I nuovi abitanti divisero gli spazi come meglio poterono ovviamente. Tra queste viuzze si possono trovare vecchi alberi maestosi, unici testimoni del passato. Cammino e giro intorno alla città proibita e questi mondi nascosti mi avvolgono. Passare per le vie degli Hutong è come sentirsi stretto tra le spire di un serpente. Non hai libertà di movimento né di direzione.

Questi quartieri sono dei pechinesi, racchiudono da decenni la vita e la memoria di migliaia di persone e di vere e proprie comunità quasi autosufficienti, hanno cliniche mediche, bagni pubblici, parchetti, mercatini, fruttivendoli, macellerie, ferramenta, ristoranti, bische clandestine e non, sono dei veri e propri villaggi all’interno dell’impersonale Beijing. La storia si ripete ed ha sempre un bel senso dell’umorismo e oggi gli Hutong vanno abbattuti, devono essere ridistribuiti…ai ricchi questa volta.